La pagina nera dell’autotrasporto italiano

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Non è questione di pessimismo: mai nella storia dell’autotrasporto, l’indebitamento medio delle imprese aveva raggiunto così alti livelli. Neanche quando si liberalizzarono le licenze con la corsa alle immatricolazioni, o quando un sindacalista, improvvisatosi sottosegretario, eliminò le tariffe a forcella, e neanche nel periodo della crisi economica del 2008 o nella recente crisi pandemica.

Siamo in presenza di anomalie e concause che, unitamente a bassi livelli di competenza e di capacità di rappresentanza del settore, hanno colorato di rosso i debiti con l’erario da parte delle imprese, hanno colorato di grigio le confuse prospettive del settore e complessivamente di nero la storia dell’intero autotrasporto italiano. In effetti

– dopo due trimestri pieni, in cui le imprese non hanno recuperato le accise (214 euro/1000 litri, fino al 31 ottobre 2022) quale gasolio ad “uso commerciale” (contrariamente da quanto avviene nell’UE) solo noi (Trasportounito) continuiamo a sostenere che si tratti di una ingiustizia da riparare, mentre tutti sono schierati nel tombale silenzio se non nel “ben fatto” del governo;

– dopo la grottesca e umiliante questione del credito d’imposta del 28% per il quale, oltre alle complicazioni assurde e ingiustificate delle procedure, si prevedono bocciature clamorose dovute anche al ritardo dell’intervento (8 mesi) il quale ha compromesso la liquidità e quindi lo stesso Durc;

– dopo la certificata assenza delle necessarie disposizioni normative che avrebbero dovuto arginare, sul mercato, i maggiori costi e quindi le condizioni contrattuali con i committenti per proseguire i lavori limitando le perdite ed anzi, alla carenza normativa si è peraltro aggiunta l’applicazione della regolamentazione comunitaria (1055) escludendo, stranamente, l’unico strumento normativo a favore delle vere imprese di autotrasporto;

– dopo la scoraggiante e manifesta incapacità di affrontare le gravi questioni relative alla “carenza degli autisti”;

lo scenario cui assistiamo è paradossale: gli imprenditori sono silenti; molti si lamentano in privato ma non cambiano, l’aspetto grave è che neanche pensano di cambiare; la maggioranza delle organizzazioni di rappresentanza nell’albo restano defilate, sempre nel rigoroso silenzio mentre preparano il tavolo per il prossimo governo; la nostra organizzazione (che nell’albo conta 1), spera e crede in un cambiamento generale del settore che può avvenire solo e soltanto se gli imprenditori comprendono l’importanza della loro “unione”, unico medicinale che può restituire corrette condizioni operative, regolamentazione certa, organizzazione del lavoro e autorevolezza istituzionale.

ML

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